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Il punto di Ivano Mari

L’insensibile mondo del calcio italiano al tempo del coronavirus

La mano pesante di Malagò e del ministro Spadafora alla fine fa desistere i presidenti delle società italiane, noncuranti di quello che stava accadendo al di fuori del loro mondo dorato, dal continuare a giocare i campionati di calcio. Oggi con la positività di Rugani e Gabbiadini forse la penseranno diversamente, ma non sarebbe male che si attrezzassero per una raccolta fondi per donare respiratori artificiali agli ospedali italiani.

 

C’è voluto qualche giorno per poter mettere d’accordo tutti sullo stop ai vari campionati con il mondo del calcio, però, che ancora, sottovalutando il problema corona virus, continua ad interrogarsi su come e quando recuperare le partite non giocate e su come procedere per l’assegnazione dello scudetto e per la retrocessione.
Siamo sicuri che il 23 marzo, giorno del prossimo consiglio federale, sulle questioni in ballo si discuterà, ed anche aspramente, ignorando quelle che sono le conseguenze che il virus sta causando nella nostra comunità ma anche nel mondo del calcio con i primi calciatori risultati positivi al tampone.
Ora che la gente muore in continuazione in letti di ospedale in perfetta solitudine e senza l’affetto dei propri cari al capezzale è questo che deve contare, è questo che si deve combattere per trovare una soluzione partendo dal rispetto di tutte le misure di precauzione che tutti noi dobbiamo avere.

Non ha senso, insomma, stare a discettare su come assegnare lo scudetto, o non assegnarlo o se far disputare i play-off.
Oggi tutto ciò ci sembra immorale o quanto meno fuori luogo!
È ora che anche il calcio assuma una dimensione più umana, al di la di quelli che sono i propri interessi.
Per carità, tutti siamo attratti dal mondo del calcio, tutti abbiamo una squadra del cuore per cui tifare, ma di fronte alle tragedie di questi giorni tutto dovrebbe essere ridimensionato e tutto rivisto e corretto. Non sarebbe male, anzi farebbe riacquistare un minimo di credibilità a quei presidenti di società con budget importanti, che si facessero portavoce di raccolte fondi, magari con i propri  calciatori dagli stipendi d’oro, per dotare gli ospedali italiani di respiratori artificiali così come ha fatto il presidente della Ternana, Stefano Bandecchi, che con la sua università telematica, Niccolò Cusano, ha stanziato 30 mila euro per acquistarne 6.

Si, una goccia nel mare delle necessità strumentali occorrenti ma quel che conta è la buona volontà e il senso di compartecipazione al dramma che, purtroppo, stiamo vivendo in Italia.
Come l’esempio di grande sensibilità e di rispetto alle raccomandazioni fornite dalle istituzioni che ha dato  la gente di Bergamo martedì sera che, pur felice per la grande partita e per il grande obiettivo centrato dalla Dea, ha esultato in casa, davanti alla Tv o esprimendo la propria gioia sui social ma nessuno, in virtù del rischio che si poteva correre, è sceso in strada a festeggiare.

E non si può di certo dire che a Bergamo non abbiano a cuore le sorti della Dea. È stata una dimostrazione di grande senso di responsabilità e civiltà che si spera possa essere di esempio a chi è chiuso nel proprio fortino quasi infischiandosene di quello che accade fuori.
Questa volta, lo dobbiamo riconoscere, è stata essenziale l’opera del presidente del CONI, Giovanni Malagò, affiancato dal ministro dello sport, Vincenzo Spadafora che solo domenica pomeriggio aveva stigmatizzato il comportamento delle società di calcio. E, purtroppo, i recenti casi di positività dei calciatori, vedi Rugani e Gabbiadini, dimostrano, se ce ne fosse bisogno, la cecità delle massime autorità calcistiche italiane. Su questo, però, niente di nuovo rispetto al passato!

 

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